©2006.02.19

il concetto di morte nei presocratici

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INDICE


INTRODUZIONE

GLI IONICI

  • Talete di Mileto
  • Anassimandro
  • Anassimene

PARMENIDE DI ELEA

  • Aletheia e doxa
  • To eon
  • Ta eonta

ERACLITO DI EFESO

  • Il logo comune
  • L'aristos e i polloi
  • Fuoco e guerra come contrarietà
  • Il sonno e l'ignoranza

EMPEDOCLE DI AGRIGENTO

  • Sulla natura e gli esseri primordiali
  • Le due forze e le quattro radici
  • Contrarietà come dialettica
  • Nascita e morte nella vicenda cosmica
  • Morte e sonno
  • Purificazioni


Il concetto di morte nelle dottrine dei presocratici.
[abstract ©2010]



Il tema della morte, molto caro ad una certa filosofia del Novecento, occupa una posizione di tutto rispetto anche nell'ambito della speculazione filosofica dei pensatori greci del VII-V secolo a. C. Nonostante le difficoltà costituite principalmente dalla scarsezza e dalla frammentarietà con cui ci sono pervenuti i resti di quella che fu la letteratura presocratica (il primo tentativo organico di spiegazione logica del meraviglioso mistero della natura), è risultato possibile, alla fine di questo lavoro, ricostruire quello che per linee generali dovette essere il significato della prima riflessione filosofica sul concetto della morte.

Di fronte all'evento mortale che sembrava precipitare l'individuo nel nulla, nella precarietà assoluta, l'uomo della tradizione religiosa aveva cercato di fronteggiarne l'angoscia e lo smarrimento continuando ad alimentare il suo desiderio di immortalità attraverso l'elaborazione mitica e la figurazione simbolica (i cui riflessi sono rintracciabili nella prospettiva platonica che fa della filosofia una “meditazione” della morte).

Agli albori della nuova ragione scientifica la morte viene ricondotta all'interno di un criterio di spiegazione strettamente immanentistico e rigorosamente naturalistico, per assumere una varietà di toni e una pluralità di sfumature di significati intimamente legati ai temi della nascita e della vita. La morte, cioè, viene presentata in una relazione necessaria ed indissolubile alla vita, sia nel senso che l'una non è pensabile senza l'altra, sia nel senso che entrambe consussistono nell'universo, dove avviene che la morte delle cose particolari coesiste alla vita del mondo nella sua totalità. Il mondo così pur conoscendo al suo interno la generazione e la distruzione, il cambiamento, continua ad essere esso stesso una realtà eterna.

Negli Ionici abbiamo evidenziato la presenza dell'idea della differenza del livello di predicabilità della realtà, che implica la possibilità di attribuirvi coppie di concetti opposti (ingenerato-imperituro da un lato, nascita-morte dall'altro) senza perciò stesso cadere in contraddizione: si può pensare alla realtà come uno-tutto escludente i concetti di nascita e morte; ma si può pensare anche alla realtà come luogo di manifestazione dei fenomeni particolari e concreti a cui invece si possono benissimo ascrivere i concetti di nascita e morte.

Abbiamo mostrato come questa intuizione sia più espressamente e consapevolmente formulata in Parmenide ed Empedocle: nel primo insieme alla sottolineatura della validità logico-ontologica della “hodos”, come criterio insostituibile per conseguire la conoscenza certa del reale; nel secondo accanto all'accentuazione della riflessione sui fondamenti linguistici che autorizzano l'uso corretto delle significazioni.

Abbiamo tenuto conto anche della posizione di Eraclito che costituisce, invece, un'eccezione rispetto a questa concezione comune dei presocratici. Analogamente alla polivalenza del “logos”, abbiamo rilevato nel termine morte una pluralità di accezioni, ma soprattutto ne abbiamo scorto il valore di legge fondamentale della vita, visualizzata nell'immagine del fuoco, per cui non tutto ciò che nasce, muore; ma “tutto ciò che nasce è morte” in forza dell'idea dialettica della coincidenza di vita e morte.